Dopo 20 giorni di silenzi e difese d’ufficio, il “Coso verde” cambia idea come al solito: apre finalmente alle dimissioni del su…

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Dopo 20 giorni di silenzi e difese d’ufficio, il “Coso verde” cambia idea come al solito:
apre finalmente alle dimissioni del suo Durigon.

Eppure il sottosegretario resiste: “Non mi dimetto” ha detto a chi gli ha parlato nella giornata di ieri.

L’ipotesi più probabile è che Durigon accetti un posto più pesante nella Lega, oltre alla promessa della candidatura a presidente della Regione Lazio nel 2023.

Il passo indietro di Salvini è stato provocato dalle reazioni dell’opinione pubblica e dalla pressione che il M5S ha messo su Durigon con la minaccia della mozione di sfiducia (grazie all’appoggio del PD che su questo tema non poteva far finta di nulla).

La mozione in Parlamento indebolisce l’esecutivo Draghi e Salvini ha deciso di togliere le castagne dal fuoco.

Dopo tutto, Draghi non ha mai voluto prendersi la responsabilità di cacciare Durigon.
A differenza di Conte che nel 2019, da premier, chiamò Salvini per “revocare le deleghe” al leghista Armando Siri (indagato per corruzione).

Ad ogni modo, se arriveranno le dimissioni di Durigon, non sarà gratis.
E Salvini lo ha fatto capire alzando i toni contro il ministro dell’Interno su cui pende una mozione di sfiducia di FdI.

È la politica dei ricatti e delle minacce dei due Matteo: non agiscono per l’interesse dei cittadini ma per interesse personale o puramente partitico.

Nel caso Durigon, la mozione di sfiducia è dovuta. Non si possono ignorare le dichiarazioni emerse nell’inchiesta di Fanpage, né tanto meno quelle in merito al parco di Latina.

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Fonte Dario Violi on Facebook

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