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ORBAN E LA POLONIA ALLEATI DI RUTTE: A RISCHIO IL RECOVERY FUND PER L’ITALIA. MELONI CHE DICE?

Tempo di lettura: 4 minuti

Si scrive Mark Rutte, ma si legge Giorgia Meloni. Il premier olandese eretto a leader europeo dei falchi del rigore può ancora mettere i bastoni tra le ruote all’Italia sul Recovery Fund. E lo può fare grazie alla nuova destra europea di cui Meloni è stata da poco nominata leader.

Già, perché il Pis, ossia il partito che comanda in Polonia e in casa Ecr (il gruppo europeo di Fratelli d’Italia per l’appunto), e il governo ungherese di Viktor Orban con cui Meloni vuole dar vita a un’alleanza strategica (?), hanno deciso di rimangiarsi l’accordo di appena due mesi fa e di bloccare l’avvio del Recovery fund, compresi i 209 miliardi per l’Italia. Il motivo è che Polonia e Ungheria non vogliono che l’Ue introduca la possibilità di sanzionare gli Stati membri che violano principi basilari come l’indipendenza della magistratura (ossia i principi dello stato di diritto). La proposta che anche noi sosteniamo è che se metti a repentaglio diritti e libertà delle persone, non avrai i fondi Ue.

Ricordo che Ungheria e Polonia sono beneficiari netti del bilancio europeo, ossia incassano da Bruxelles più di quanto mettono sul conto comune. Cosa c’entra questo col Recovery fund e Rutte? Ebbene, al Parlamento stiamo discutendo il nuovo bilancio Ue e per l’appunto la proposta sullo stato di diritto. Orban e gli alleati polacchi di Meloni, dopo aver accettato questa proposta a luglio, hanno deciso di puntare i piedi adesso. Nel frattempo, gli Stati frugali guidati dall’Olanda hanno deciso che senza ok sul bilancio, anche il Recovery fund non può partire (cosa che non ha senso, visto che si tratta di due cose slegate tra loro). In sostanza, Ungheria e Polonia fanno il gatto, e Rutte fa la volpe (anche perché a marzo si vota in Olanda). Le due partite si tengono insieme: se Rutte non fa la voce grossa sul bilancio, Orban non avrebbe leve per bloccare le sanzioni sullo stato di diritto (e viceversa). In tutto questo, la nuova paladina della destra europea, Giorgia Meloni, che dice? Vengono prima i polacchi e gli ungheresi degli italiani? So che non risponderà mai a queste domande.

Io chiudo questo post spiegandovi qui sotto perché Ungheria e Polonia sono accusate di violare lo stato di diritto:

🇵🇱POLONIA –  ha 2 procedure aperte:

1) La Corte Ue ha condannato la Polonia per la legge che prevede la possibilità per i giudici di continuare ad esercitare – raggiunto un certo limite di età – le proprie funzioni presso il Sąd Najwyższy (la Corte suprema), solo ottenendo una previa autorizzazione, assolutamente discrezionale, da parte del presidente della Repubblica. Una chiara violazione del principio di inamovibilità e indipendenza dei magistrati, un caposaldo dell’Unione cristallizzato nell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali (Diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale) e nello stesso Trattato (articolo 19).

2) Procedura d’infrazione decisa dall’Ue (dopo ok della Corte) per le nuove regole che prevedono un nuovo, e più duro, procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati.

🇭🇺UNGHERIA – Anche l’Ungheria ha almeno 2 procedure aperte:

1) Procedura di infrazione aperta da Commissione nel dicembre 2015 perché la nuova legislazione ungherese sull’immigrazione non rispetta la direttiva sulle procedure d’asilo, dato che permette la presentazione di domande di asilo unicamente all’interno di zone di transito appositamente create a confini, l’accesso alle quali è concesso solo a un numero limitato di persone e dopo lunghi periodi di attesa (che è poi quello che vuole fare la Commissione adesso, ma non lo diciamo questo…).

Le procedure ungheresi sono fuorilegge anche perché non rispettano la durata massima di quattro settimane, nelle quali una persona può essere detenuta in un centro di transito, e non prevedono protezioni ai richiedenti asilo particolarmente vulnerabili. Inoltre, le autorità ungheresi non concedono l’accesso effettivo alle procedure di asilo, dato, che i migranti irregolari vengono respinti oltreconfine, anche se intendono richiedere asilo. La legge ungherese, in più, non rispetta la direttiva sui rimpatri, poiché non assicura che le decisioni di rimpatrio siano emesse individualmente, né che includano le informazioni sulle possibilità di ricorso legale

2) Procedura d’infrazione per la cosiddetta “legislazione Stop Soros”. Secondo la Commissione questa legge criminalizza qualsivoglia assistenza offerta da qualsiasi persona per conto di organizzazioni nazionali, internazionali e non governative alle persone che intendano chiedere asilo o un permesso di residenza in Ungheria. Le leggi includono anche misure che restringono le libertà individuali, impedendo a chiunque sia soggetto ad un procedimento penale per la violazione di queste norme di avvicinarsi ai centri di transito, in cui vengono tenuti i richiedenti asilo. Le sanzioni vanno dal confino temporaneo al carcere, fino a un anno, e all’espulsione dal Paese. Inoltre, il pacchetto di misure anti-ong impone anche una tassazione al 25% sulle organizzazioni che si occupano di accoglienza

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Fonte

Rosa D’Amato – Portavoce M5s nel Parlamento EU

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