LA COSA PIÙ SCHIFOSA DI QUESTA STORIA È PENSARE CHE MENTRE NEI PALAZZI DI REGIONE SI PENSAVA AI MANCATI GUADAGNI DELL’AZIENDA DI…

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LA COSA PIÙ SCHIFOSA DI QUESTA STORIA È PENSARE CHE MENTRE NEI PALAZZI DI REGIONE SI PENSAVA AI MANCATI GUADAGNI DELL’AZIENDA DI FAMIGLIA E A COME PIAZZARE ALTROVE LA FORNITURA (PARDON “DONAZIONE”) DEI CAMICI RIMANENTI,
NEI REPARTI I NOSTRI MEDICI AVEVANO I SACCHI DELLA SPAZZATURA ADDOSSO.

Fontana ora rischia il processo.
Senza contare che resta indagato per autoriciclaggio e false dichiarazioni in voluntary per il filone che riguarda i suoi conti esteri.

L’indagine parte da una segnalazione per operazione sospetta di Bankitalia, quando in prossimità del passaggio alla donazione, si legge, “Fontana decideva, previo accordo con Andrea Dini, di pagare a titolo personale il prezzo dei camici sino allora fatturati (circa 250mila euro, ndr) mediante una disposizione di bonifico da un conto svizzero personale di Fontana”.
Operazione “non andata a buon fine per mancanza di sufficiente provvista e di una fattura giustificativa”.

“Era una donazione”
Pm: “fu risarcimento”

Il 27 luglio 2020 in una intervista Fontana dichiarava: “Quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione ho voluto fare anche io una donazione, mi sembrava il dovere di ogni lombardo”.

In realtà, secondo i pm, altro non era che un risarcimento al cognato.
Scrive ancora la Procura, “Fontana per la parte dei camici ancora da consegnare” interveniva su Bongiovanni “affinché rinunciasse alle residue prestazioni contrattuali al fine di contenere il danno economico per Dama”.

In questo modo, secondo la Procura, si “creavano le premesse per non adempiere agli ulteriori obblighi, facendo mancare beni destinati a far fronte allo stato di emergenza sanitaria”.

Camici restanti che Dini, come emerge dagli atti, già il 20 maggio tentava di rivendere. Non solo: secondo i pm, i 75mila camici erano, sulla carta, solo una prima tranche di una partita più ampia: 200mila camici da consegnare ad Aria, e circa altri 250mila al Pio Albergo Trivulzio (Pat) per un guadagno (mai concretizzato) di 2,7 milioni.

Un affare, iniziato con gli antipasti del 14 aprile con i 75mila camici ad Aria e del 30 aprile con i 6.600 (pagati 48mila euro) al Pat. Altro che “dare una mano per l’emergenza Covid”, come disse Fontana il 26 luglio in Consiglio regionale.

“Informato il 12 maggio”
Il primo sms il 16 aprile

Alla base del meccanismo illegale, rilevato dalla Procura, vi era “lo scopo di tutelare l’immagine pubblica del presidente Fontana, una volta emerso il conflitto d’interessi derivante dai rapporti di parentela di Dini”, fratello della moglie del governatore. Conflitto del quale Fontana, a suo dire, venne a sapere “il 12 maggio”, mentre a verbale l’assessore regionale Cattaneo spiegherà di averne parlato con i vertici della Regione già ad aprile. Tanto più che “il diffuso coinvolgimento di Fontana” è testimoniato da un messaggio che Dini invia alla sorella il 16 aprile: “Ordine camici arrivato, ho preferito non scriverlo ad Atti”. Risponde Roberta Dini: “Giusto, bene così”.
(da un art. di D. Milosa)

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Fonte Dario Violi on Facebook

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